
La Russista del mese:
Chiara Ferrara
Mi chiamo Chiara Ferrara e mi sono innamorata della letteratura russa a 18 anni, quando ho letto per la prima volta un romanzo di Tosltoj. Adesso ho 26 anni e mi sono laureata con una tesi in Storia dell’arte russa all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Tuttora non smetto di studiare e di meravigliarmi di fronte alla vastissima cultura della Russia. Oltre alla letteratura e alla storia dell’arte, amo molto anche il teatro e il cinema. Grazie a Russisti Anonimi per la possibilità di condividere la mia passione con tutti voi!
Contatti di Chiara:
Editoriale Russisti Anonimi
Ogni volta che mi immergo nelle vostre parole mi accorgo di quanto sia prezioso questo spazio, perché capace di riportare alla luce passioni dimenticate, ricoperte di polvere come certi libri lasciati troppo a lungo sul comodino.
Proprio come è successo alla nostra russista del mese che, dopo tempo, ha ripreso in mano La mia vita di Marc Chagall, o a me che, leggendo questo articolo, ho riscoperto il mio amore immenso per l’arte. Ricordo bene come, durante gli anni universitari, aspettassi con ansia che il nome di un pittore facesse capolino tra una nozione di letteratura e l’altra; o le ore infinite passate a perdermi tra le sale della Galleria Tret’jakov di Mosca, osservando storie che le parole, da sole, non sarebbero mai riuscite a raccontare.
Poi, come spesso accade, anche per me sono arrivati gli impegni improrogabili, le giornate di lavoro infinite e il continuo “dover fare”.
In questo ultimo periodo, lo confesso, mi ero quasi scordata di quanto l’arte sapesse parlarmi, ma grazie alle parole di Chiara ho ritrovato tutta la forza evocativa di un linguaggio spesso incompreso, e scoperto l’originale poetica di un artista davanti alle cui tele mi ero spesso persa, ma che non avevo mai approfondito davvero.
Chiara ci prende per mano per ripercorrere con estrema chiarezza i punti salienti dell’esistenza di Marc Chagall: il legame viscerale con la sua amata Vitebsk, i primi passi nel mondo dell’arte, le sperimentazioni e il dialogo con le correnti del tempo. Un percorso che lo ha condotto alla creazione di una mitologia pittorica unica, dove la protagonista è una realtà trasfigurata, priva di gerarchie eppure capace di essere straordinariamente autentica.
Non mi resta che lasciarvi alle parole di Chiara, con la speranza che questo viaggio tra i colori di Vitebsk e i ricordi di Chagall possa restituirvi un frammento di quella magia che spesso trascuriamo, ma che è sempre lì, pronta a riempirci l’anima. Buona lettura!
Dipingere la patria: La mia vita di Marc Chagall
Recentemente ho recuperato una di quelle letture che rimangono impilate sul comodino per mesi, se non anni, a raccogliere la polvere insieme ad altre letture rimandate, biglietti di auguri di compleanni passati, vecchie riviste, settimane enigmistiche che sanno di salsedine, candele consumate, sogni e speranze. Si tratta di un libro che parla di arte, ma soprattutto di vita poeticamente intesa come pratica artistica, eredità spirituale, attaccamento alle radici. Questo libro lo consiglierei a tutti per approcciarsi alla storia dell’arte da un punto di vista insolito, intimistico e sentimentale, punto di vista che risulta tanto più atipico se si parla di un artista ebreo russo di nome Marc Chagall (o Mark Zacharovič Šagal, se preferite).

Nota di pronuncia : Mark Zacharovič Šagal
Ascolta la pronuncia autentica del nostro madrelingua Maxim.
E tu riesci a ripeterlo allo stesso modo?
La mia vita, titolo delle memorie di Marc Chagall, mi ha accompagnata per qualche settimana di piacevole lettura, scorrevole e delicata, a tratti commovente. È un libro estremamente tenero, soprattutto perché l’autore dedica molte pagine ai ricordi della sua infanzia nell’amata Vitebsk (oggi in Bielorussia), cittadina che divenne di particolare importanza per l’arte russa del primo Novecento, ma che per l’artista assume un significato tutto personale.Il legame di Chagall con Vitebsk non è soltanto affettivo, ma profondamente culturale e identitario. La cittadina rientrava infatti nella cosiddetta “Zona di residenza” (Čerta osedlosti), l’area dell’Impero russo entro cui agli ebrei era consentito vivere stabilmente. Questa condizione di marginalità forzata contribuì a creare comunità fortemente coese, legate a tradizioni religiose, rituali quotidiani e a una cultura condivisa che, nel caso di Chagall, affonda le radici nell’ebraismo chassidico. È proprio questo mondo, insieme povero e spiritualmente ricchissimo, a costituire il tessuto profondo della sua memoria e della sua immaginazione artistica.

Il byt di Vitebsk – la vita quotidiana fatta di case di legno, botteghe, sinagoghe, animali domestici, feste e lutti – ritorna costantemente nelle opere di Chagall, diventando una sorta di repertorio visivo inesauribile. Per alcuni critici questo universo ha qualcosa di fiabesco, ma Chagall non ha mai chiarito teoricamente la natura del proprio linguaggio: non ha scritto manifesti né teorie artistiche. Proprio questa mancanza di sistematizzazione rende difficile inquadrarlo in una corrente precisa, ma allo stesso tempo ne sottolinea l’originalità assoluta. Il mondo di Vitebsk e la cultura ebraica ad esso connessa diventano per Chagall una vera e propria mitologia personale, che riaffiora in tutte le fasi della sua produzione. Come egli stesso scrive nella sua autobiografia, «ogni pittore ha la sua patria, la sua città natale, e anche se in seguito subisce l’influenza e l’effetto di ambienti e ambiti diversi, certi tratti essenziali persistono in lui: nelle sue opere vive l’aroma della patria»1.

Nel corso della sua formazione Chagall entra in contatto con diverse esperienze artistiche contemporanee. Assorbe alcuni stimoli del gruppo Mir iskusstva, conosce il cubismo e il fauvismo durante il soggiorno parigino, a cui dedica pagine intense e piene di meraviglia, e soprattutto subisce l’influenza dell’espressionismo cromatico francese. Tuttavia, come emerge chiaramente dalle pagine di La mia vita, egli rifiuta qualsiasi adesione programmatica alle Avanguardie. Rivendica sempre la propria indipendenza, opponendosi a una concezione dell’arte come esercizio intellettuale o scientifico. «Personalmente non credo che la tendenza scientifica sia una cosa buona per l’arte», scrive, per poi affermare che «l’arte mi sembra esser soprattutto uno stato d’animo. L’arte primitiva già possedeva quella perfezione tecnica che le generazioni presenti si sforzano di raggiungere, facendo solo giochi di destrezza e cadendo perfino nell’eccesso di stile. Io paragono questo bagaglio formale al Papa di Roma, sontuosamente vestito accanto al Cristo tutto nudo, o alla chiesa fastosamente addobbata accanto alla preghiera detta in mezzo ai campi»2.
Forse è proprio in queste parole che traspare la sua poetica: l’arte come espressione dell’anima, libera da schemi formali e guidata, invece, da una logica interiore e spirituale che può apparire illogica agli occhi degli uomini, ma che per Chagall rappresenta la forma più pura di verità.
Non è un caso che Guillaume Apollinaire abbia definito la sua pittura «soprannaturale»3. Nelle tele di Chagall la realtà non viene negata, ma trasfigurata: rabbini, animali, sposi e innamorati fluttuano nello spazio, sfidando le leggi della gravità. Il tema del volo è centrale nelle sue opere ed è probabilmente da intendersi come metafora di un’elevazione spirituale, in risonanza con la cultura e la spiritualità chassidica. Difatti, è tipica del chassidismo la centralità di concetti come l’elevazione dell’anima, l’estasi e la gioia mistica. Anche la presenza insistita degli animali si inscrive in questo universo poetico e simbolico. Lontani da ogni intento naturalistico, essi appartengono al mondo del byt di Vitebsk e alla tradizione figurativa ebraica popolare, in cui la rappresentazione animale era tollerata e spesso caricata di significati allegorici. Animali e figure umane condividono così lo stesso spazio sospeso, dando forma a una visione del mondo in cui il sacro e il quotidiano, la memoria e il sogno, convivono senza gerarchie.

Troviamo ancora dei passaggi colmi di sentimenti quando Chagall narra il ritorno in Russia all’alba della Prima guerra mondiale. Non è un caso che i dipinti di questo periodo trasmettano un senso di armonia e di gioia di vivere, che stride senz’altro con la drammaticità degli eventi storici. È il tempo dell’amore per Bella, del matrimonio, della nascita di una dimensione familiare sentita come perfetta. Questa felicità privata, raccontata e dipinta con tenerezza, sembra sospesa fuori dal tempo, come se la pittura fosse per Chagall un rifugio capace di opporsi alla violenza della storia.

Il rapporto con la storia, tuttavia, non è mai del tutto eluso. Chagall partecipa attivamente alla rivoluzione russa e viene nominato Commissario dell’arte per la regione di Vitebsk. Fonda l’Istituto d’Arte e il Museo di arte moderna della città, ma ben presto entra in conflitto con l’indirizzo suprematista assunto dalla sua scuola, dove operavano artisti come El Lissitzky. La sua “visionaria illogicità inventiva” mal si conciliava con le esigenze ideologiche e politiche del nuovo potere. Nel 1920 lascia Vitebsk per Mosca e, tre anni dopo, abbandona definitivamente la Russia.
Le pagine più amare di La mia vita restituiscono proprio il senso di una perdita che pesa enormemente sull’artista e di un mondo che si spegne, schiacciato dal peso della storia: «Sono triste qui. La sola cosa che desidero è fare dei quadri e ancora qualche cosa. Né la Russia imperiale, né la Russia dei Soviet hanno bisogno di me. Io sono incomprensibile per loro, straniero»4.
Anche se si tratta solo di una parte dell’esistenza dell’artista – la narrazione infatti arriva fino al 1922 – La mia vita è a tutti gli effetti un libro importante per conoscere Chagall: non è soltanto l’autobiografia di un grande artista, ma il racconto di un’esistenza vissuta in equilibrio tra radicamento e sradicamento, tra fedeltà alle proprie origini e apertura al mondo. È un libro che permette di avvicinarsi all’arte di Chagall non attraverso categorie stilistiche o cronologie, ma attraverso il cuore, l’anima e la memoria di chi ha saputo trasformare la propria patria perduta in immagini destinate a volare, per sempre, sopra le tele.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
S. Burini, G. Barbieri, A. Cavallaro, a cura di, Kandinskij, Gončarova, Chagall. Sacro e bellezza nell’arte russa, Edizioni Gallerie d’Italia – Skira, 2019.
M. Chagall, La mia vita, SE, Milano, 2015.
D. Sarab’janov, Istorija russkogo iskusstva konca XIX – načala XX veka, AstPress – Galart, Moskva, 1998.
D. Sarab’janov, Russkaja živopis’. Probuždenie pamjati, Iskusstvoznanie, Moskva, 1998.

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