UN EROE DEL NOSTRO TEMPO

Scritto fra il 1838 e il 1840 e ambientato nel Caucaso, «patria dell’anima» di Michail Jur’evič Lermontov, il romanzo si compone di cinque novelle che hanno in comune il protagonista, il giovane ufficiale Grigorij Pečorin. Lermontov approfondisce il filone tragicomico e fantastico tramite il protagonista di “Un Eroe del nostro tempo”, per arrivare al culmine nella sua opera postuma “Il Demone”.
Tornando a noi, gli episodi della vita di Pečorin sono raccontati da tre diversi narratori: uno scrittore in viaggio attraverso le montagne del Caucaso, Maksim Maksimyč un amico del protagonista e da Pečorin stesso.
Il primo racconto si intitola “Bela” e il protagonista dell’intera opera ci viene descritto dal punto di vista del narratore principale e di Maksim Maksimyč; nel secondo racconto “Maksim Maksimyč” è proprio questo personaggio a raccontare al narratore principale come ha avuto modo di conoscere Pečorin; infine nei restanti tre racconti “Taman’”, “La Principessa Mary” e “Un fatalista” è il protagonista stesso che tramite le pagine del suo diario racconta alcuni episodi della sua vita.
Personalmente i miei preferiti sono “Bela” e “La Principessa Mary”, nei quali si vede molto bene il carattere cinico e indifferente di Grigorij Pečorin in relazione al sentimento dell’amore e conseguentemente al suo rapporto con le donne.
Pečorin è un protagonista inquieto e disincantato, il suo è un nome parlante perché riporta al sostantivo печаль (pečal’), ovvero malinconia, termine che si addice perfettamente a questo giovane uomo. È «il ritratto dei vizi di tutta la nostra generazione», come scrive lo stesso autore, tipico rappresentante di quella gioventù post-decabrista condannata all’inazione che, nella Russia di Nicola I, cercava una via di fuga nell’indifferenza e nel cinismo. Ma Pečorin è anche l’estremo sviluppo del tipo letterario dell’eroe romantico disilluso, il ribelle che, sconfitto nella sua lotta contro l’intera società, si è chiuso in un superbo ed esiziale isolamento, in un egocentrismo sterile e distruttivo, in uno scettico distacco dalla vita e dai suoi valori più alti.
“Ero pronto ad amare tutto il mondo, ma nessuno mi ha capito: ho imparato a odiare. La mia incolore giovinezza è trascorsa in una lotta con me stesso e con la società; temendo la derisione ho seppellito i miei migliori sentimenti in fondo al cuore e lì essi sono morti. Dicevo la verità e non mi credevano: ho cominciato a ingannare.”
Non c’è un lato buono e positivo nel protagonista, la malinconia, frutto della disillusione feroce e disperata, e il demonismo sono le due componenti principali della sua personalità.
Pečorin inaridisce dentro di sé, si crea una facciata di cortesia, con un sorriso amabile, ma falso e la sua anima diventa sempre più fredda e distaccata da valori e sentimenti. È lo stesso protagonista a confidare nel racconto “La Principessa Mary”, di essere un “invalido morale”; con questa definizione riassume la sua indifferenza a tutto ciò che non sia la sua persona ed pone l’accento sulla sua indifferenza nei confronti dei sentimenti.
Vittima di un malessere esistenziale che non conosce cura, Pečorin prova esclusivamente sentimenti negativi, come l’insoddisfazione permanente tutto gli sembra poco, la noia, la nausea, un odio «duraturo», la vendetta, che persegue con un’attenzione meticolosa, fino a sfociare nel sadismo. Rinchiuso in questo isolamento puramente negativo, Pečorin non crede nell’amicizia, che riduce a un rapporto utilitaristico che non genera da parte sua nessun amore, ma nemmeno gli permette di provarne:
“Il mio amore non ha dato a nessuno felicità perché non ho sacrificato nulla per coloro che amavo; amavo per me stesso, per il mio proprio piacere; soddisfacevo soltanto uno strano bisogno del cuore, inghiottendo con avidità i loro sentimenti, la loro tenerezza, le loro gioie e dolori, senza riuscire mai a saziarmi.”
“Dalla tempesta della vita ho tratto in salvo soltanto alcune idee e nessun sentimento. Da tanto tempo ormai vivo non col cuore, ma con la testa. Soppeso ed esamino le mie passioni e i miei atti con rigorosa curiosità, ma senza partecipazione.”
Il tema del demonismo deriva da un fatto storico dell’epoca in cui vive Lermontov, la rivolta decabrista del 1825, repressa nel sangue e il successivo periodo di oppressione e controllo da parte dello Zar Nicola I. La generazione di Lermontov è una generazione condannata all’inazione nel cui animo si agita una profonda ingiustizia e queste caratteristiche sono riflesse profondamente sul protagonista di “Un Eroe del nostro tempo”.
Questa tematica si svilupperà in modo notevolmente più approfondito con la sua opera “Il Demone” che accompagnerà Michail Jur’evič per tutta la sua breve vita.
Considerazioni personali: è un libro che mi è piaciuto soprattutto grazie al peculiare essere insopportabile del protagonista. So che può sembrare un controsenso, ma Pečorin è il cuore del negativismo di tutta quest’opera e veicola il messaggio di Lermontov nel modo più diretto possibile.
Non rientra nei miei libri preferiti della letteratura russa perché mi aspettavo un po’ di dinamismo in più nelle azioni e nella vita di Pečorin, ma è molto importante come specchio dell’epoca in cui visse l’autore.
Michail Jur’evič Lermontov (1814 – 1841) è stato un poeta, drammaturgo e pittore russo. Figura di spicco del romanticismo, è considerato uno tra i maggiori scrittori del secolo XIX. Militare di carriera, durante la sua breve vita pubblica soltanto un volume di poesie, Versi, e il capolavoro in prosa, il romanzo Un eroe del nostro tempo (1840), mentre la sua opera poetica che più di ogni altra sarà esaltata nell’Ottocento, Il demone, fu pubblicata postuma.
Elisa Scarlatini

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