Doppio Čechov al Teatro Litta: La Bufera
8 novembre 2025, arrivo al Teatro Litta con il fiato corto e l’umore incrinato dal selvaggio traffico milanese. Non la condizione migliore per prepararsi a sette ore di maratona teatrale. Eppure, appena varcata la soglia, l’irritazione per l’imprevisto si dissolve: mi ricongiungo alla mia collega, incontro Irakli, un lettore che ha scelto di unirsi alla nostra avventura cechoviana, e vengo immediatamente risucchiata nell’energia febbrile del dittico La Bufera, che accosta Tre sorelle e Il Gabbiano.

E così come la sottoscritta il giorno dell’evento, anche questa recensione arriva con uno sgradito ritardo. Ma proprio come quel ritardo, in fin dei conti, non ha intaccato la mia esperienza di spettatrice, spero che questo non comprometta la vostra esperienza di lettori, perché a distanza di un mese, ho ancora qualcosa di interessante da raccontarvi.
Il Regista e la Scommessa della Riscrittura
Partirò dalla rappresentazione che, per gusto personale, mi ha convinta di meno: Il Gabbiano, definito dal regista Carmelo Rifici come un “esercizio di riscrittura, attualizzante ma non politicizzante, che non è nemmeno detto che funzioni”. I richiami a Puškin, le incursioni nella contemporaneità e gli scarti dal testo originale risaltano con forza, soprattutto se, come me, si è trascorso più tempo del dovuto a leggere e rileggere Čechov fino quasi a impararlo a memoria. Forse è proprio questa (de)formazione a rendermi più sensibile alla distanza, tuttavia è anche ciò che mi permette di apprezzare la scommessa: le opere di Čechov non (sempre) vivono di fedeltà letterale. Riadattarle non per forza significa « tradirle », e la riscrittura può anche diventare il modo per illuminare la natura intrinseca di una drammaturgia capace di travalicare il tempo e adattarsi a linguaggi e sensibilità di ogni epoca.

Tre sorelle: La Tragedia del quotidiano
È nella seconda parte della maratona, Tre sorelle, che questo carattere di universalità emerge con commovente forza. Si tratta di un testo più ostico, di una quotidianità apparentemente banale, e che può addirittura risultare noiosa a chi cerca il colpo di scena. Eppure, se trattato con la giusta cura, esso é in grado di mostrare l’inquietudine che abita sotto la superficie delle esistenze più comuni.
Perché c’è qualcosa di profondamente nostro in Màša incastrata in un matrimonio senza amore, in Irina che perde la propria innocenza tra lavoro, disillusione e rinunce, in Andrej che si scopre prigioniero di una vita più piccola dei suoi sogni. Sono figure che non brillano per eroismo, ma per un realismo quasi doloroso. Čechov racconta il dramma della « vita così com’è ». E Rifici ne coglie la vocazione più intima, facendo emergere la fragilità dell’umano attraverso gesti minimi, dettagli scenici e improvvisi lampi di emozione.
Ho trovato particolarmente riuscita la figura di Nataša, che nella sua esuberanza provinciale e nella sua scalata silenziosa incarna il tema cechoviano della decadenza e della mediocrità borghese. La sua invadenza, splendidamente resa in scena, si traduce in un’infiltrazione progressiva nella casa dei Prozorov, un soffocamento lento e inesorabile.

Una Regia che Scava: Simboli e Contemporaneità
Il terzo atto concentra la tensione drammatica in un caos controllato: mucchi di vestiti gettati sul palco e dal palco, personaggi spaesati che si muovono tra oggetti che sembrano relitti di vite interrotte. Un’immagine potente, che amplifica la percezione di un mondo in disfacimento. Il gesto di Solenyj che si avvolge in un abito da sposa, le parole concitate di Veršinin “ubriaco di vita”, Màša che danza come in un delirio: tutto contribuisce a far emergere il movimento sotterraneo che anima il teatro di Čechov.

A questo si aggiungono gli inserti contemporanei: Andrej con la chitarra elettrica, Olga che proietta diapositive, ma soprattutto le telecamere sul palco, che trasmettono primi piani in diretta su due schermi laterali. È un’idea rischiosa, ma qui funziona: avvicina lo spettatore alle fenditure dell’animo dei personaggi, offrendo un piccolo scorcio su ciò che in Čechov spesso resta sospeso, suggerito, sottratto.
Indimenticabile il piano fisso su Andrej: seduto in fondo alla scena, a spingere rassegnato i figli nella carrozzina, in un gesto che si ripete all’infinito. L’immagine penosa amplifica ciò che il testo non dice ma insinua: la possibilità che uno dei due bambini non sia suo, la miseria di un uomo che ha rinunciato a tutto…e per cosa?

Il Finale che Non Consola
Come sempre in Čechov, non c’è redenzione. Le sorelle lasciano la loro casa tra le grinfie della rapace cognata, ma non per la Mosca tanto agognata, e ormai ridotta a chimerico sogno. Le parole finali di Ol’ga ”Oh sorelle care, non è finita la nostra vita! Vivremo!” suonano vuote, posticce, e non sono che l’ultimo disperato tentativo di aderire a una speranza in cui nemmeno lei ha più la forza di credere.

Sette ore di rappresentazione sono impegnative, ma il tempo, paradossalmente, diventa parte dell’esperienza. Il teatro richiede dedizione, attenzione, disponibilità a farsi attraversare. Per me, russista e appassionata di Čechov, rivedere questi testi significa tornare a un amico ostinato, sfuggente, capace ogni volta di mostrarsi diverso. La sua apparente semplicità è un inganno; la complessità si nasconde nei dettagli banali, nei gesti accennati e nelle parole non dette. Ed in questa inafferrabilità risiede la grandezza di Čechov, ciò che ci spinge a guardarlo ancora e ancora, consapevoli che qualcosa ci sfuggirà sempre, e certi che non smetteremo mai di cercare.
Il teatro, in fondo, è un esercizio di ascolto: dei personaggi, di noi stessi, degli altri.
E la messinscena del Litta ce lo ricorda con eleganza, proprio come avrebbe fatto Čechov, convinto che la vita “così com’è” meriti di essere guardata con interesse, perché dentro la sua apparente banalità si nasconde una verità che riguarda ognuno di noi. Sì, anche te, caro lettore.

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